Il virtuale deresponsabilizza?

Trovo molto plausibile la tesi che Giovanni Ventimiglia espone nel suo saggio Antropologia nel cyberspazio (in AA.VV. Etica del virtuale, Milano, Vita e Pensiero, 2007, 21-33), a proposito dei limiti insiti nella virtualizzazione dell’esperienza umana resa possibile dalle tecnologie digitali. L’inferiorità di questa esperienza, sostiene Ventimiglia, deriva dal fatto che essa media con artefatti rassicuranti il rapporto con l’altro e con ciò impedisce che tale rapporto si realizzi direttamente. Si tratta di un’inferiorità etica, perché esime da tutti i rischi che accompagnano il rapporto diretto e quindi non educa al negativo: “cosicché le società più tecnologizzate sono più vulnerabili psicologicamente di quelle non tecnologizzate.” (31-32)
Living Mutants Society apre un blog su Nova 100
Da un paio di giorni nel sito di Nova 100 è stato creato il blog "Le Aziende In-Visibili", di Marco Minghetti & Living Mutants Society. il blog vuole essere punto di snodo del nuovo progetto avviato dal nostro network: "Le Aziende In-Visibili", appunto, un romanzo a più mani in 128 episodi. Il blog ne darà delle anticipazioni e permetterà il confronto diretto fra gli autori e i beta-lettori. L'obiettivo è partire da qui per generare in rete nuovi percorsi di senso.
Per un laicismo delle reti
Ma le ideologie non erano in declino? Uno dei pregi maggiori del libro L’ideologia delle reti di Pierre Musso (Milano, Apogeo, 2007) è ricordarci che la fine delle cosiddette grandi narrazioni non ha comportato la scomparsa della funzione incantatrice, talvolta manipolatrice, dell’ideologia. In modo subdolo, l’ideologia si ripresenta ogni volta sotto forma di nuova pseudo-neutralità. E ogni volta, l’ideologia del momento riempie gli spazi simbolici lasciati vuoti da quella precedente. Per questo continuo a non trovare esercizio più giusto della critica che stana l’ideologia e la smaschera.
L’ideologia della rete si costruisce, anch’essa, attraverso la formulazione di un discorso mitico. Due sono i cardini di questo discorso:
1. La rete come leva del cambiamento sociale, in grado di esercitare una funzione salvifica, riscattando gli oppressi e garantendo accesso a un mondo migliore (e ciò è parte di un’utopia più grande: la tecno-utopia, che vede nell’evoluzione tecnica una garanzia necessaria di progresso)
2. La rete come universo intermedio fra tecnica e corpo o, per ricorrere alla metafora di Henri Atlan, “fra cristallo e fumo”, quindi realtà in grado di mediare fra la necessità di una struttura e il rischio che tale struttura sia troppo rigida (corollario di questa mitologia è l’idea che le reti artificiali siano modellate sul cervello umano)
Musso ci avverte che questi due temi vengono da lontano. La feticizzazione della rete nasce nell’Ottocento fra Saint-Simon, Chevalier e Proudhon. Ma come ci si arriva? Attraverso un processo di metaforizzazione delle caratteristiche proprie della rete. Per rete Musso intende una “struttura di interconnessione instabile, composta da elementi che interagiscono e la cui variazione è legata a specifiche regole di funzionamento”. Per dirla altrimenti, la rete è “the pattern which connects” (Gregory Bateson). È a partire da questa definizione che si metaforizza: da una lato la rete diventa “ponte”, se non - in una prospettiva teologica - “pontefice”, nel senso che unisce e media; dall’altro ci appare come “flusso”, ovvero come un “essere fra”, in perenne movimento. Ed è così che la rete assume su di sé aspettative messianiche (ci salva) e omnicomprensive (spiega tutto della nostra società). Naturalmente è un bene che tali aspettative siano sottoposte a falsificazione, in nome di una descrizione più laica e disincantata della rete tecnica. La quale né salva né condanna, ma lascia aperte tutte le questioni che oggi siamo chiamati ad affrontare.



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